Luppolo chiama Italia!

Rimini – Oggi inizio il mio post con una notizia che interesserà sicuramente gli amanti della birra. Non che sia una notizia “buona”, ad essere sincera, ma questa è: in Italia la quasi totalità di luppolo per la produzione di birra viene importata. Bene (insomma, nemmeno tanto, a dire il vero). Ne consegue una domanda che, come si dice, sorge spontanea: qual’è dunque il futuro della filiera italiana del luppolo?

In occasione dell’ultima edizione di Beer&Food Attraction,che si è tenuta a febbraio presso Rimini Fiera, un tavolo di esperti si è riunito proprio per analizzare le criticità e le potenzialità di sviluppo di questa nuova filiera. Oltre a questo argomento, gli esperti del settore sono stati chiamati anche per presentare obiettivi e strategie per dar vita ad una futura filiera italiana del luppolo. Tra gli intervenuti Alberto Manzo, funzionario del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali; Michele Cason, presidente di AssoBirra; Simone Monetti, segretario generale Unionbirrai; Katya Carbone, ricercatrice CREA Centro di Ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura di Roma; Tommaso Ganino, Università di Parma e Dario Cherubini, del dipartimento economico CIA Agricoltori Italiani.

Diverse le domande che sono saltate fuori in occasione di questo incontro. Ci si è chiesti, ad esempio, cosa accadrebbe se il luppolo per produrre la birra fosse coltivato in Italia? E quali sarebbero gli effetti sull’economia? 

“Oggi il luppolo coltivato in Italia corrisponde a circa 100 ettari – ha dichiarato Manzo – ma la maggiore sensibilizzazione mediatica su questi temi, potrebbe indicare un possibile cambio di rotta. Sicuramente occorrono maggiori incentivi. Il ministero è già da tempo sensibile sull’argomento. Occorre sensibilizzare anche le Regioni”.

“Tema importante per la crescita della coltivazione è anche quello della diversificazione degli usi della pianta – ribatte e sottolinea Cason. – Infatti, se la birra prodotta oggi in Italia derivasse tutta da luppolo italiano, si arriverebbe al massimo a circa 600 ettari di coltivazione”.

Pronta a ribattere anche Katya Carbone: “l’Italia, si sa, è uno dei Paesi con la maggior biodiversità al mondo. Riuscire a sfruttare questa caratteristica anche nella coltivazione del luppolo, è una sfida affascinante per i prossimi anni, ma sono concorde su quanto già ribadito: servono molti più investimenti”

Chi sulle caratteristiche tipiche del luppolo investe già da tempo, sono i birrifici artigianali. Questo lo rimarca Simone Monetti, in quanto “il luppolo è forse l´ingrediente che più caratterizza la birra artigianale, soprattutto per la sua parte aromatica”

E poi diciamolo, la necessità di riuscire ad avere dei luppoli di origine nazionale, vorrebbe dire dare ai produttori artigianali di birra, la possibilità di fregiarsi di un prodotto 100% italiano! Eh si, perché è vero che tutte le birrerie artigianali utilizzano per lo più malto italiano, ottenuto dalla coltivazione di orzo italiano, ma è proprio il luppolo ad essere rimasto l’unico “ingrediente” che i produttori fanno fatica a reperire nel nostro Paese.

Ed ecco quindi che ritorniamo ad uno dei temi trattati: gli investimenti. Perché oltre a promuovere la coltivazione di luppolo, bisogna poi però agevolare gli investimenti per gli impianti di produzione e per quelli per la lavorazione e la conservazione, favorendo al contempo l’aggregazione tra produttori agricoli e birrifici. Dita incrociate dunque. Io resto in trepida attesa!

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