La forza delle donne (di un tempo)

Cervia (RA) – Oggi voglio dedicare il mio post alle donne di una volta. A quelle che ho imparato a conoscere nelle mie passeggiate della pausa pranzo lavorativa in quel di Cervia. Lo dedico alle cervesi di quel tempo. A tutte le donne forti che hanno vissuto duramente la loro vita, che hanno ‘usato’ la loro passione per aiutare gli altri e che ora fanno parte della tradizione di questa cittadina.

Vecchia immagine delle “Salinare” di Cervia

Ed è proprio di alcuni di quei personaggi che voglio parlarvi oggi, iniziando dalle ‘Campagnole‘. A dispetto del nome, che può richiamare alla campagna, erano pescivendole. ‘Al pisèri‘, così le chiameremmo noi nel nostro dialetto. Ricoprivano un ruolo fondamentale per il sostentamento delle famiglie, che soprattutto di pesca qui vivevano. Si ritrovavano sotto la Porta Ravenna o sul Ponte, in sella alla loro bicicletta carica di pesce pescato dai mariti, sistemato in cassette poste sul portapacchi della ruota posteriore, tenuto in fresco dal ghiaccio e coperto da un sacco di iuta. Perché ‘Campagnole’ dunque? Proprio perché da lì iniziava il loro tragitto verso la campagna, verso i paesini limitrofi di Villa Inferno, Montaletto, Pisignano, Cannuzzo, Castiglione. A volte si spingevano più oltre, fino ad arrivare a Forlì. Arrivate, le si riconosceva dal loro grido: “Pess! Canoci! Fritura! Saraghèna! Sardon!” (che tradotto per i non romagnoli, sarebbe: “Pesce! Canocchie! Pesciolini da friggere! Saraghina! Sardoni!”). Ma il loro lavoro non finiva lì. Queste donne non erano infatti solo venditrici di pesce, ma delle figure chiave per le famiglie di pescatori. Da brave mogli e donne di casa, accudivano i figli, sistemavano la casa e preparavano il cambio dei panni al marito sempre fuori a pescare. Poi altro lavoro: sistemavano le vele e riparavano anche le reti da pesca danneggiate. Era una vita dura la loro, tra il freddo intenso dell’inverno e il caldo afoso dell’estate, tanti chilometri in bicicletta sotto il sole, vento e pioggia, per arrivare poi a guadagni davvero modesti. Poche ore di sonno e subito pronte per poi ripartire…

C’era poi il cuore pulsante dell’economia del centro storico. Nella suggestiva cornice della piazzetta delle erbe (piazza Pisacane) e sotto il portico del Comune, prendevano vita attività commerciali, permanenti o temporanee, in gran parte gestite da donne cervesi. C’era la ‘battipaia’ che vendeva i ‘cuciarul’ (castagne secche), i ‘luven’ (lupini), i ‘mandaren’ (mandarini). Oppure ancora la ‘basagnona’, una fruttivendola dalla voce piuttosto grossa e dal linguaggio colorito.

Ma come sicuramente sapete, Cervia era (e lo è ancora) molto conosciuta per le sue saline. Erano 150 all’epoca e rappresentavano il sostentamento di altrettante famiglie cervesi. Ed era un lavoro, quello dei salinari, che gli uomini si tramandavano di padre in figlio. Ma in salina lavoravano anche le donne, le mogli, così da poter permettere un maggior profitto alla famiglia. Ed ecco quindi le ‘cavatore‘ (cavatrici) che si occupavano della raccolta del sale. Lavoravano solitamente di mattina, nelle ore meno calde e armate di ‘palunzel’, delle piccole pale di legno con cui raccoglievano appunto il sale e lo caricavano sulla ‘panira’, un cesto di legno, per trasbordarlo poi sul ‘cariòl’, la carriola che serviva per trasportare il sale al cumulo. Ma la salina dava lavoro anche a quelle donne che avevano perso il marito ma che dovevano provvedere alla prole. Ecco che a loro veniva affidato il compito di rammendare i sacchi di iuta utilizzati per insaccare il sale prodotto e, quando sporchi, di portarli a lavare alla cava della Bassona in bicicletta. Una operazione, quest’ultima, piuttosto faticosa, visto il peso che raggiungevano i sacchi bagnati e l’odore pungente della iuta bagnata.

Maria Goia

Poi ci sono stati alcuni personaggi che mi hanno proprio incuriosita. Una è Maria Goia, nata nel 1878 da padre salinaro e madre lavandaia. Crebbe in una famiglia numerosa e modesta, ma con una spiccata sensibilità per la cultura e la politica. Proprio per questo, nonostante le scarse possibilità economiche, le venne concessa la possibilità di proseguire gli studi e di raggiungere ben presto brillanti risultati. A lei oggi è intitolata la Biblioteca Comunale di Cervia e una targa, da cui si capisce subito il perché sia ricordata con amore e orgoglio dai suoi compaesani tutt’ora. “Donna dolce, forte, appassionata, pioniera del socialismo, perseguitata e internata per i suoi ideali. Dirigente nazionale politica e sindacale, promotrice delle lotte per la conquista dei diritti dei lavoratori, per la diffusione della cultura, per l’emancipazione delle donne e per la pace”. Morì giovanissima, nel 1924 all’età di 46 anni.

Concludo con un altro personaggio che merita di essere ricordato: Isotta Gervasi. “La dottoressa è bella, elegante. Alla sera si trasforma come una fata Melusina, con i suoi vestiti e i suoi gioielli sfolgoranti e gli occhi e i denti più sfolgoranti ancora. Una fata lo è anche davanti al letto del malato, sia un principe

Isotta Gervasi

o un operaio, al quale, oltre alla sua cura sapientissima, regala generosamente bottiglie di vino antico, polli e fiori. Il suo nome è Isotta”. Così scrive di lei Grazia Deledda, scrittrice italiana, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1926 (la prima donna italiana a ricevere questo premio). Nata a Castiglione di Cervia nel 1889, fu la prima donna medico condotto in Italia e la sua figura è quasi leggenda. ‘La dottoressa dei poveri’ era chiamata. Aveva fatto della sua professione una vera e propria missione, riuscendo ben presto ad emergere, seppure in quel tempo, il suo, fosse un mestiere esclusivamente maschile. La condotta medica fu istituita in Italia nel 1888, giusto un anno prima della sua nascita, con lo scopo di fornire cure mediche ai meno abbienti. Proprio quelle persone (del paese o della campagna) tanto care ad Isotta, che raggiungeva prima a piedi, poi in bicicletta, addirittura in motocicletta e in seguito anche a bordo di una delle prime Fiat 509. “Un giorno, nel tentativo di imitare gli acrobati volanti del circo – raccontò all’epoca Isotta Gervasi – mi affidai a due corde assicurate a due rami di pioppo, ma piombai addosso ad un contadino. Accorsi subito accanto al poveretto che non dava più segni di vita. Feci di tutto per rianimarlo. Gli praticai persino la respirazione artificiale, secondo le regole che avevo appreso dal libro di scienze. Era stordito e dolorante, ma ebbe la forza di ringraziarmi perché mi ero presa cura di lui. Chissà… Forse in quel momento scelsi di diventare medico”.

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