Assolta la Romagna delle cinque marce su Roma

San Mauro Pascoli (FC) – Ricordate il Processo alla Romagna delle cinque marce su Roma di cui vi avevo anticipato alcuni giorni fa? Ebbene… La Romagna è stata assolta a larghissima maggioranza: 414 voti per la difesa (guidata dal giornalista Stefano Folli) contro 188 per l’accusa (sostenuta dallo storico Roberto Balzani). A stabilirlo il tribunale popolare di San Mauro Pascoli nel tradizionale processo organizzato da Sammauroindustria presso la spettacolare cornice di Villa Torlonia. Imputata, come appena detto, la Romagna che per cinque volte ha cercato di salire sul gradino più alto della storia marciando su Roma alla conquista del potere. Al Presidente del Tribunale, Miro Gori, non è restato altro che leggere il verdetto di assoluzione piena. Ma ecco chi sono stati i protagonisti di quelle vicende, ossia i cinque “marciatori”: Brenno, Cesare, Sercognani, Garibaldi e Mussolini.

“La marcia di Brenno verso la fine del 300 a.c. ha contorni leggendari, ammantata di un’aura di sogno e magia che la rende particolarmente suggestiva” ha dichiarato in apertura lo storico Giovanni Brizzi. Condottiero gallo, è ricordato per il sacco di Roma nel 390 a.C. A capo di un popolo migrante, raggiunse quella che veniva chiamata la Gallia Cisalpina, la regione dei Senoni (l’attuale Romagna e Marche). Dopo l’uccisione di un capo Senone da parte dei romani, Brenno con il suo esercitò cercò di conquistare Roma, respinto dal condottiero Furio Camillo, come sostiene lo storico romano Tito Livio.

“L’altra marcia su Roma – ha proseguito Brizzi – quella intrapresa da Giulio Cesare, è più definita e ha risvolti più ampi, coinvolgendo un entroterra che tocca non solo l’intera Cisalpina, ma la Gallia comata, che ospita le legioni di Cesare. E soprattutto è un evento di portata mondiale per gli echi che ancora oggi persistono”. E’ in effetti più celebre la vicenda della marcia di Giulio Cesare, con il celebre Alea iacta est pronunciato nel 49 a.c. prima di attraversare il fiume Rubicone, in Romagna. Da lì la sua conquista del potere sino a fregiarsi del titolo di imperatore.

A tratteggiare l’età contemporanea, ci pensa lo storico Fulvio Cammarano. “Le marce su Roma in età contemporanea, rappresentano un simbolo piuttosto significativo di alcune permanenze della storia dell’Italia tra XIX e XX secolo. La diversità delle fasi, degli obiettivi e dei protagonisti nulla toglie alla forza dell’immaginario che vede nella città eterna il perno di un sistema di potere da smantellare e rifondare. Una fantasia che ha sempre esercitato un fascino particolare in diverse generazioni di romagnoli che in proporzioni e ruoli diversi risultano sempre in prima fila nei tentativi di ‘occupare’ Roma”. Eccoci dunque alla terza marcia, guidata dal generale Giuseppe Sercognani. Romagnolo d’origine (nato a Faenza nel 1780), dopo i moti risorgimentali del 1830-31 prese San Leo e Ancona, poi marciò su Roma alla testa di 2.500 volontari. Fu respinto a Rieti dalle truppe pontificie.

La quarta marcia ha visto protagonista Giuseppe Garibaldi. Anche questa vicenda storica è nota. Siamo nel 1867, Garibaldi cerca di conquistare Roma, capitale dello Stato Pontificio. All’impresa si associano centinaia di fedeli garibaldini della Romagna, l’impresa si conclude a Mentana dopo lo scontro con l’esercito papalino coadiuvato da quello francese.

L’ultima marcia è una delle più celebri, quella di Benito Mussolini, romagnolo di Predappio. Il 28 ottobre 1922 circa 25mila camice nere si mettono in marcia su Roma per la conquista del potere. L’impresa andrà a buon fine grazie alla complicità del Re, aprendo il ventennio di dittatura del fascismo.

Ad accusare la sete di potere della Romagna durante il dibattito, è stato lo storico Roberto Balzani. “La Romagna ha avuto un rapporto di amore-odio permanente con Roma: oggetto del desiderio di conquista, luogo da purificare dai mali corrotti. Cinque marce in oltre 2000 anni sono un record assoluto nella storia”. Infine l’atto d’accusa: “La Romagna è colpevole di immaginare un’Italia diversa e di essere lei la purificatrice. È colpevole di credere che Roma possa essere diversa da quella che è. È colpevole che con la forza si possa conquistare il potere e redimere il popolo”.

Non ha concordato con questa impostazione il difensore Stefano Folli. “Senza l’apporto della Romagna non avremo avuto il Risorgimento. C’è un fondo ribellistico nell’animo romagnolo che percorre tutta la storia della regione e non può essere disgiunto da antiche condizioni di povertà e di emarginazione. Non solo: la Romagna è stata il crocevia di tutti i principali eventi storici del nostro Paese, dando un contributo fondamentale. Alle 5 marce aggiungerei altri significativi eventi: la Repubblica Romana, che ha visto un apporto fondamentale di questa terra; la Settimana rossa del 1914 che vide protagonisti Nenni e Mussolini; la seconda guerra mondiale con il suo contributo alla Resistenza; il secondo dopoguerra con la Costituzione e la Repubblica. Per questo, e tanto altro, deve essere assolta”.

Ed è proprio quessto appello che è stato raccolto dal pubblico che ha votato per una netta assoluzione.

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