Li chiamavano “show cooking”.

Si chiama Simone Scipioni, 21 anni di Montecosaro, un piccolo paese delle Marche di appena 800 abitanti, in provincia di Macerata. Ha superato mistery box, pressure test e prove in esterna. Fino ad arrivare in finale, per poi vincere il titolo di settimo Masterchef italiano. E mentre succedeva tutto ciò, stavano riaprendo i casting per l’ottava stagione. Tutto questo c’entra e non c’entra con quello di cui voglio parlarvi oggi e cioè i talent show dedicati alla cucina, che nel tempo sembrano essere diventati un vero e proprio fenomeno culturale. Un format televisivo che sicuramente è più coinvolgente di un semplice e monotono ricettario e, grazie alla bellezza dei piatti creati nelle varie puntate, sta aumentando sempre di più l’interesse per la cucina. Anche la voglia di cimentarsi ai fornelli per provare a riproporre i piatti visti in tv sta interessando sempre più giovani. Eppure è già da diverso tempo che infuriano polemiche sull’effetto negativo che avrebbero questi programmi e sull’errato messaggio che trasmettono a chi li segue.

A sentire Bruno Barbieri, lo chef italiano che ha il maggior numero di stelle Michelin e uno dei giudici più amati del talent, Masterchef “ha dato la possibilità di cambiare il modo di pensare la cucina, rilanciando una storia italiana fatta di tanto lavoro, di tanta gente e di piccoli produttori”. Non è assolutamente d’accordo Massimiliano Alajmo, il più giovane chef della storia ad avere ottenuto tre stelle dalla Guida Michelin che, intervistato tempo fa per Sette del Corriere della Sera, esprime il suo parere negativo sulla trasmissione, in cui “piatti e ricette in realtà vengono utilizzati per parlare di altro. Soprattutto di competizione e mostrando scorciatoie. Si illude il pubblico facendo passare un messaggio errato, che si può diventare un grande cuoco, si può guadagnare, diventare famoso, scrivere libri. E per fare tutto questo? Basta sconfiggere un avversario davanti ad una telecamera. Pura esibizione. La cucina non è così”.

Cosa ne pensano gli chef ‘nostrani’? Il primo a fare outing e seguire ed appoggiare Alajmo, è stato tempo fa Pier Giorgio Parini, allora chef del Povero Diavolo di Torriana (RN) e con un tweet chiaro e di effetto: “condivido!”. Ma d’altronde già me lo aveva dichiarato in una intervista, in cui ci teneva a sottolineare che “il lavoro da chef in realtà non è poi così spettacolare come lo si riporta. E’ molto più duro. Dalla tv sembra tutto molto facile, immediato, invece dietro ci sono anni di lavoro, studio e sacrifici”. Dello stesso parere, ma non completamente, anche Gian Paolo Raschi, chef del Ristorante Guido di Miramare di Rimini. “Credo che le affermazioni di Massimiliano siano giuste – mi disse tempo fa – ma solo in parte. In fin dei conti parliamo di format televisivi, che si rivolgono soprattutto ad un pubblico di curiosi e cucinieri domestici. Qui il lavoro del cuoco viene messo in vetrina per fare odiens, con copioni già stabiliti. Noi tutti sappiamo bene che per fare il nostro mestiere, il più delle volte, non bastano neanche 5 anni di studio presso istituti di formazione. Ma, se l’italiano medio pensa che per diventare ottimi chef basti partecipare ad un programma televisivo… siamo proprio sulla strada sbagliata! La cucina è fatta di tantissimi sacrifici e di anni di battaglie fra i fornelli e nonostante tutto, ricchi non si diventa. Si tratta solo di televisione. La realtà è tutt’altra cosa”. Ho chiesto cosa ne pensa anche a Daniele Succi, chef dell’I-Fame Restaurant di Rimini che è stato molto categorico riguardo alla “degradante situazione del palcoscenico gastronomico che si sta divulgando in ogni dove”. Così ha esordito. Categoricamente contro ogni tipo di programma come Masterchef o Hell’s Kitchen che, per ritegno, evita proprio di guardare perché “dipingono un mondo fatto di ingiurie, imprecazioni e false verità che poi nel vero non accadono. Indubbiamente la competizione esiste, come in tutti i campi. Quello che però prevale è la passione e la gioia di partecipare ad un gruppo che lavora, si ingegna e si mette in discussione di fronte ad ogni chicco di sale o di riso, ad ogni variante che possa impedire il buon risultato finale che è quello di dare gioia al commensale, come un pittore che spera di far trasudare dal suo dipinto, le emozioni che hanno spinto il suo pennello e la sua mano. Eppure quanti sono i giovani che frequentano scuole alberghiere per emulare i loro divi?! Nel contempo, sono sicuro che se facessero programmi di più spessore intellettuale, con l’intento di far capire quello che c’è veramente dietro ad un lavoro così antico e così caloroso come il nostro, farebbero indubbiamente del bene alle nuove leve e a chi si vuole avvicinare a questa bellissima passione”.

A questo punto, una domanda mi viene spontanea: ci sarà posto per tutti questi aspiranti chef? Di sicuro per diventare dei veri e propri artisti dei fornelli, non solo serve un diploma, ma anche talento, senso estetico e tanta passione perché, in fin dei conti, cucinare è una vera a propria forma d’arte!

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