Eppure c’è chi giura di averlo incontrato, il Conte di Cagliostro!

SAN LEO (RN) – Oggi vi voglio raccontare una storia. C’era una volta un mago. O forse era un ciarlatano, un truffatore? Oppure soltanto un avventuriero con pochi scrupoli e molti nomi? Sicuramente è stato un illustre ospite della vicina San Leo che da sempre mi affascina. E’ Giuseppe Giovanni Battista Vincenzo Pietro Antonio Matteo Franco Balsamo, noto con il nome di Alessandro, conte di Cagliostro o più semplicemente Cagliostro.

Nella sua vita è stato un avventuriero, esoterista e alchimista. Dopo una vita passata nelle varie corti europee, fu condannato dalla Chiesa cattolica al carcere a vita per eresia. Cosa c’entra San Leo? Bhé, è proprio qui, nella sua imponente fortezza, che venne rinchiuso. Visitando la fortezza di San Leo, soprattutto alcune sue stanze e segrete, non c’è niente da fare: la sua storia, la sua presenza, quasi si percepisce. Ma… sono due i racconti che lo interessano. C’è la cronaca e la leggenda. Entrambi sono comunque incatenati nell’angusta cella dove Cagliostro fu sepolto vivo dall’Inquisizione.

Vista dalla cella di Cagliosto

Io non morirò“, diceva, “Io non posso morire“. E’ quello che continuava a ripetere ai carcerieri, murato vivo nella cella del “pozzetto” (così si chiamava), più che una cella, una vera e propria tomba, priva di porta, collegata con l’esterno solamente da una piccola botola. E come poteva morire Cagliostro, l’uomo che aveva inventato e distillato l’elisir di eterna giovinezza? Eppure, è proprio qui che, nell’agosto del 1795, dopo una prigionia durata quattro anni, quattro mesi e cinque giorni, è morto senza aver manifestato alcun segno di pentimento e senza lasciare rimpianti, all’età di 52 anni (due mesi e 28 giorni, se vogliamo essere precisi, come si evince dalle varie documentazioni dell’epoca che lo riguardano).

Cagliostro è stato senza ombra di dubbio uno dei personaggi più enigmatici e oscuri di quel periodo. Non alchimista, ma truffatore e falsario. Così sostennero i giudici allora e così passò alla storia. Oggi la prigione dove è stato rinchiuso e dove morì, all’interno della Rocca di San Leo, è un museo e luogo di pellegrinaggio, che si conclude accanto a un tavolaccio stretto come una lapide che era stato il suo letto. Qui tanti fiori, biglietti, lettere…

Niente fiori invece sulla tomba del conte. Nessuno sa dove sia. Nessuno l’ha mai ritrovata.La sepoltura ecclesiastica”, recita l’atto di morte, “gli è stata rifiutata. Il suo corpo è stato seppellito in cima a un monte, dalla parte in cui declina a ponente”. Ucciso dagli stenti o dagli aguzzini. I giornali del tempo parlarono di assassinio. Il cappellano del carcere di un colpo apoplettico. Forse è fuggito, non morto. La sua fine, così come la sua vita, resta ancora oggi avvolta nel mistero. E come ogni mistero che si rispetti, porta le sue conseguenze, come le dichiarazioni di coloro che, da quel 26 agosto 1796, giurano di averlo incontrato.

La verità su di me non sarà mai scritta, perché nessuno la conosce. Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo; al di fuori del tempo e dello spazio… regolo la mia azione secondo il meglio che mi circonda… Io sono colui che è… Tutti gli uomini sono miei fratelli, tutti i paesi mi sono cari, io li percorro ovunque, affinché lo Spirito possa discendere da una strada e venire verso di noi. Io non domando ai Re, di cui rispetto la potenza, che l’ospitalità sulle loro terre e, quando questa mi è accordata, passo, facendo attorno a me il più bene possibile: ma non faccio che passare. Sono un nobile viandante? Io sono Cagliostro” (Parigi 1786)

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