Kent Haruf e il suo “caso editoriale”

«E anche voi , dannati vecchi solitari, avete bisogno di qualcuno. Qualcuno o qualcosa di cui prendervi cura, per cui preoccuparvi, oltre a una vecchia vacca fulva. C’è troppa solitudine qui. Prima o poi morirete senza aver avuto neppure un problema in vita vostra. Non del tipo giusto, comunque. Questa è la vostra occasione».
(da ‘Canto della Pianura’)

Mi perdonerete se questa volta esco un pochino ‘dal seminato’, dai miei soliti temi a cui vi ho abituato, parlando di libri e traduzioni. Devo innanzitutto ringraziare Barbara per aver messo sulla mia strada la ‘Trilogia della pianura‘ (Benedizione, Canto della Pianura e Crepuscolo) di Kent Haruf. Non sono certo delle novità editoriali dell’ultimo periodo, ma sono tre stupendi romanzi un po’ datati, arrivati in Italia solo dal 2015 grazie alla traduzione di Fabio Cremonesi (che ho incontrato e più sotto vi racconterò) per NNEditore.

A legare i tre romanzi, un luogo: Holt, piccola cittadina del Colorado, un luogo di cui è davvero impossibile non innamorarsene e che dispiace poi scoprire che non esiste e che non sarà possibile andare a visitare. E sembra ancora più impossibile proprio perché, mentre leggi, tu lo ‘vedi’ Holt. Kent Haruf è così scrupoloso nel collocare ogni dettaglio, ogni indirizzo, ogni angolo, che davvero non è possibile che non esista. C’è la fattoria degli straordinari, goffi e anziani fratelli McPheron, allevatori di bestiame, che è l’unica situata un pochino fuori. Poi tutto il resto si svolge tra gli isolati attorno a Main Street, lungo la ferrovia che divide la cittadina, tra gli scaffali della ferramenta di Dad, alla Holt Tavern e al Wagon Wheel Café, sulla Highway 34 e, in direzione opposta (verso est) al Chute Bar And Grill. Attorno a questi luoghi, gente semplice, gente indisponente ma anche dei buoni lavoratori. C’è la diciassettenne incinta Victoria Roubideaux, il professor Tom Guthrie con i suoi figli di nove e dieci anni, Ike e Bobby, la professoressa Maggie Jones…

Haruf - Contea di Holt

Ma una domanda sorge spontanea: qual è l’ingrediente fatale che ha reso possibile tutto questo successo? Nei libri c’è tutto Kent Haruf. E poi c’è la dolcezza, ci sono i casi di tutti i giorni, i misteri della vita e della morte. E’ possibile magari che sia stato anche merito della sapiente traduzione di Fabio Cremonesi? Come dicevo poco fa, sabato pomeriggio, a Villa Torlonia – San Mauro Pascoli (FC) ho avuto modo di assistere ad un bellissimo ed altrettanto interessante dibattito: “Tradurre o tradire?”. Invitati per l’occasione Fabio Cremonesi, la voce italiana di Kent Haruf, e Andrea Tarabbia, autore e traduttore, vincitore del Premio Campiello con il suo libro ‘Il giardino delle mosche’.

Cremonesi-TarabbiaTradurre o tradire, dunque? Una domanda fondamentale che è stata posta subito ai due invitati, su come sia possibile tradurre in maniera neutra ma comprensibile, senza cadere nella tentazione, vuoi per amore di chiarezza, vuoi per un fattore inconscio o per autostima, mettendoci del proprio, correndo il rischio a volte di sottrarre, a volte al contrario donando maggiore ricchezza e profondità all’opera, dando vita a qualcosa di diverso dall’originale e quindi in qualche modo ‘tradendo’. Diverse le risposte avute, ma in fondo, diversi sono anche i ruoli degli invitati. Da una parte abbiamo Tarabbia, che prima ancora che traduttore, è autore, secondo cui “tradurre senza tradire non è facile”, ma ha dalla sua parte un ‘lusso’: chi si rivolge a lui, chiede molto spesso una traduzione in un certo senso ‘rivisitata’, sistemata, da autore. Per Cremonesi è tutta un’altra cosa, “la fedeltà al testo è assolutamente un fattore basilare, ma non sempre un linguaggio semplice corrisponde a una traduzione facile”. Tornando ai dialoghi di Haruf, spiega infatti che sono tanto meravigliosi che ha avuto da subito la sensazione che si traducessero da soli, ma il lessico utilizzato è stato spesso complicato, molto tecnico (soprattutto quando si trattava del bestiame dei fratelli McPheron) e ha richiesto tanto studio. A conclusione della giornata, una chiosa degna di nota: “il traduttore non è un autore, non crea niente. Scrivere è un’arte, tradurre è artigianato. Il traduttore prende infatti una cosa che già esiste, un testo nel nostro caso, e lo trasforma”. Parola di Fabio Cremonesi.

Nota – Sempre di Kent Haruf e meravigliosamente romantico, a modo suo, “Le Nostre Anime di Notte”…

«Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna, li cortile, la ghiaia sul vialetto. L’erba. Le notti fresche. Stare a letto al buio a parlare con te.»

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